martedì 22 settembre 2015

Alessandro Barocchi e il suo lavoro "Una commedia bestiale" - Alberto Zuccalà






Una prima domanda introduttiva: qual è il tuo bildungsroman? Come nasce, cioè, il tuo avvicinamento alla scrittura?
Scrivere e leggere è stata sempre la mia seconda passione (la prima è quella che mi impegna professionalmente da trent’anni: la musica). Nel lontano 1983 pubblicai, sull’allegato chiamato Vomito della rivista Frigidaire diretta da Vincenzo Sparagna (molto nota per i fumetti di Andrea Pazienza e della coppia Tamburini-Liberatore), un racconto “Alfa e Omega” e la mia esperienza letteraria si fermò lì.
Poi la professione mi ha portato a scrivere testi musicali collaborando qua e là con autori e compositori. Ultimamente questo bisogno di scrivere si è riaffacciato con prepotenza quasi distogliendomi da tutto il resto. Mi sono ritrovato a passare ore ed ore tra sofferenza e piacere a scrivere questo romanzo breve, trascurando il quotidiano e gli impegni professionali.Questa irriverente e scellerata rivisitazione dell’inferno dantesco ne è il risultato… sperando di non aver turbato il sonno del Sommo Poeta.
Veniamo appunto a questa tua opera più recente, “Una bestiale commedia”, che si confronta con un “mostro sacro” come Dante (per restare in ambito “bestiale”). Com’è nata l’idea?

Mentre leggevo un libro di DeLillo dove si fa un accenno a Dante Alighieri. In quel momento di difficoltà emotiva che stavo passando ho cominciato a fantasticare su un incontro con lui, a quello che gli avrei chiesto e soprattutto a quello che uno spirito come il suo mi avrebbe rivelato per rinfrancarmi. Così è nata l’idea di realizzare un sogno in parole scritte… ed è nata la bestialità.
Caratterialmente sono portato a pensare che non esistano mostri sacri, ma solo uomini dotati di talento e genialità, a volte molto dotati, come nel caso del “Maestro”. Con tutto il rispetto dovuto a tali personalità ,credo che alla fine siamo tutti uomini e che non si debba mai cedere alla debolezza del mito, neanche di fronte a Dio.
Tra le molte letture che sono state date del capolavoro dantesco vi è anche un ricco filone esoterico. Come ti poni rispetto a tale dimensione?
L’esoterismo non rientra nei miei interessi. Lo trovo il risultato di superstizioni popolari. Può diventare degno di attenzione solo quando lo si sublima  artisticamente con la letteratura, scultura, pittura, musica, cinema o altro… nel mio caso non so se ci sono riuscito, ma era l’ultimo dei miei pensieri quando stavo scrivendo il romanzo.
A parte l’evidente riferimento a Dante (e la collaborazione con Cutter che ha illustrato il tuo lavoro) quali sono gli autori e le opere (a livello di letteratura ma anche di arte, musica, cinema, fumetto…) che sono per te più significativi (anche al di là di una influenza diretta sul tuo lavoro)?

La mia formazione culturale è figlia degli anni Settanta, in tutti i sensi… e questa è già una risposta. La mia radice è dunque pop e ne sono orgoglioso. Credo di avere avuto l’immensa fortuna di vivere un momento storico irripetibile, di cui si parlerà nel corso dei secoli come oggi parliamo del Rinascimento. Il Pop di Wharol e Basquiat, così come la musica del British Pop, o i film di Kubrick, Fellini, Visconti, Pasolini, Forman, Rossellini, Antonioni ma anche Ridley Scott, Scorsese e Coppola o i fumetti in Italia di Pazienza e Tamburini-Liberatore, Scozzari e molti altri che ora non ricordo, le fotografia di David La Chapelle, Helmut Newton, Mapplethorpe… abbiano segnato un solco netto nella storia dell’arte e della cultura. Nella storia dell’uomo non era mai accaduto che l’arte fosse avvicinata, compresa, mangiata e digerita da intere popolazioni in giro per il mondo e così rapidamente. Una rivoluzione non solo culturale, ma sociale e di costume così intensa e profonda da influenzare tutte le generazioni che sono seguite ma soprattutto impaurendo a tal punto l’establishment tanto da indurre le istituzioni a proteggersi sviluppando un anticorpo culturale di cui oggi vediamo i nefasti risultati… a parte Cutter ovviamente che ne è una meravigliosa eccezione!



E per concludere, un grande classico: quali sono- se ne hai – i progetti futuri del tuo percorso letterario?
Parlare di progetti letterari futuri mi sembra un po’ eccessivo… non so ancora se e come verrà recepita questa mia esperienza, ma non ti nego che mi piacerebbe continuare. Ho già in mente un sequel del Curioso, Dante e Lilitti, i protagonisti del mio romanzo che questa volta nel mondo dei vivi, in particolare a Roma, città eterna dove vivo, si imbatteranno nei diavoli che la popolano, cercando prima di tutto di uscirne indenni e poi di portare con le loro azioni un po’ di beneficio  al quotidiano che li circonda.
E con questo è tutto. Ringraziamo di cuore Alessandro Barocchi per la sua disponibilità, e vi rimandiamo alla sua opera per immergervi davvero nell’universo narrativo che ha saputo creare, in attesa di poterlo nuovamente sentire per qualche sua nuova peregrinazione nel multiverso infernale.

lunedì 21 settembre 2015

La musica dei Kaos IndiA riempie l'arena del Tendone - Alberto Zuccalà





I Kaos IndiA si formano a Modena nel 2011. Quattro musicisti con una lunga esperienza maturata nella realtà aristica emiliana. I loro diversi approcci stilistici si fondono nell'originalità della loro musica.
Sul finire del 2010 ad una festa-jam-session in un garage sotteraneo, tra gin-tonic del Lidl e chitarre Fender succede la magia. Si trovano a suonare e improvvisare insieme, ed è in quel momento che nasce l’embrione di quello che sarebbe poi diventato il loro primo pezzo “Seize The Day”. Di lì a poco, si formerà la band al completo.
Il nome nasce dall’unione della parola KAOS che identifica il caos della vita, delle passioni e della mente umana, con la parola INDIA, nome di un luogo che fu un’importante tappa nel percorso spirituale di auto-conoscenza intrapreso da Mattia (Voce, chitarra e autore dei testi) durante il suo viaggio negli U.S. In particolare INDIA è il nome di questo ostello a New Orleans dove ebbe un’epifania che cambiò completamente il suo atteggiamento verso le ciò che gli stavano accadendo durante il viaggio.
La musica dei Kaos IndiA nasce dalla continua e reciproca contaminazione artistica tra i quattro membri e dalla condivisione delle loro singole esperienze, come musicisti ma soprattutto come compagni di viaggio nella vita.

Dopo l'omonimo primo EP (2011) e il disco "THE DISTANCE BETWEEN" (2014), la band propone ora l’EP STAY, contenente l’omonimo singolo.

 



Il pezzo “Stay” (di cui è presente il video ufficiale) parla della voglia di andarsene, di lasciare tutto, di cambiare ogni cosa. Ma dall'altra parte anche di una persona che ti chiede di restare.
E lo fa urlando, lo fa con rabbia, lo fa con amore.
«Rimani un giorno, un giorno ancora ed aiutami a trovare nuova luce. Insieme.» Questo l’accorato invito del brano. La risposta è una decisione da prendere su una porta aperta. Stay.
La canzone mostra il nuovo cammino della band, sempre più intimo nei contenuti e ancor più coinvolgente nel raccontare il proprio mondo interiore.


Alternando momenti eterei ad altri più impetuosi, l’EP “Stay” immerge l’ascoltatore nell’atmosfera di un ambiente notturno metropolitano dove soli tra i molti si cerca di mascherare la propria introspettività.

domenica 20 settembre 2015

Intervista a Simone Cozzi – Maria Rosaria Mollicone





MRM: La Pace Inquieta, come uno scrigno, raccoglie in sé tanti e svariati sentimenti, quante sono le storie e le vite che si intrecciano, si snodano e poi si mescolano al suo interno. Lei, Cozzi, porta per mano il lettore attraverso i luoghi in cui la storia si snoda, rendendolo parte della stessa, con le sue descrizioni minuziose dei paesaggi e delle atmosfere; la magia più grande, di questo scrigno, però, credo sia la capacita di "sentire" i personaggi, via via, nel corso della lettura. Ecco, mi piacerebbe sapere se questo è voluto o se è il suo personale modo di arrivare al cuore "dell'altro", in generale, sempre.
SC: Prima di tutto cerco di arrivare al mio cuore: durante la fase "creativa", quella per intenderci in cui stendo la prima versione del romanzo, mi calo nella storia e vivo in essa, cercando di percepire ciò che il personaggio mi vuole dire. Parlare di introspezione forse é troppo. Ma si può parlare di immedesimazione e di relazione con i personaggi; voglio capirne le emozioni, le aspettative, quello che hanno dietro, anche se poi questo non verrà scritto nel romanzo. Inoltre i protagonisti delle storie che scrivo sono una specie di specchio nella quale rifletto la mia personalità. Specchi in frantumi che, di conseguenza, riflettono confusamente solo parti di me.
MRM: Ovviamente, ogni lettore 'legge', 'vive' un libro in base a quello che è il suo vissuto: ad ognuno di noi è riservata una chiave di lettura differente, soprattutto relativamente ad un giallo, come in questo caso. Però il rendere quasi visibili, come in un film, i protagonisti della storia, è come mettere a suo agio il lettore, come far scegliere a lui ed a lui solo se e quanto essere coinvolto.
Personalmente, ritengo che un bravo scrittore, venga fuori proprio qui, tanto per parafrasare Salinger.
SC: Raccolgo volentieri la lusinga. Ogni libro ha differenti chiavi di lettura. Ne “La pace inquieta” c’è la chiave di lettura pacifista, la chiave poliziesca, forse anche quella sentimentale: sta al lettore scegliere se utilizzarne una sola, o coglierle tutte. Lei parla di film; in effetti il mio modo di scrivere ha un'impronta cinematografica. Vivo di immagini che trasferisco poi su carta. E' un percorso opposto a quello della sceneggiatura, campo nel quale mi piacerebbe prima o poi, cimentarmi.
MRM: Esatto, il suo romanzo si presterebbe facilmente a fotogrammi e primi piani. Il Commissario Ripamonti, ad esempio. E' sicuramente un uomo di altri tempi, un uomo schivo, introverso, elegante, colto, al quale "(..) l'estraniarsi dalla vita sociale (..) permetteva di sprofondare lentamente in un limbo, e ciò lo rendeva quasi insensibile". Mi viene facile associare l'immagine da lei descritta del Ripamonti a quella di un uomo che si distacca dalla realtà per affrontarla dal di fuori, come una sorta di scudo protettivo.
SC: E' quello che cerco di fare quando scrivo. Quando ho scritto “La pace inquieta” vivevo a Mandello del Lario, dove avevo una piccola casa vicina al lago. Soffro di insonnia, così nelle notti di novembre passeggiavo per il paese, immerso nella nebbia o nella pioggia sottile, fumavo sigari toscani e immaginavo scene e personaggi. Poi tornavo a casa e, con il camino acceso, scrivevo: isolato da tutto, nel silenzio pressoché totale. Quello che amo di più dei libri (sia quelli letti che scritti) é l'opportunità dell'estraniamento, dell'allontanamento dalla realtà contingente talmente satura di questioni pratiche da risolvere quotidianamente da risultare insopportabile.
MRM: Tra le pagine di questo suo primo romanzo, si respira la consapevolezza di ciò che è stato, della storia nella Storia. "(..) La Guerra è uno schifo. Si chiamano a raccolta persone di estrazione e ceto differente, provenienti da luoghi differenti, con cultura ed esperienze diametralmente opposte. (..) Una linea viene tracciata: da una parte e dall'altra le medesime paure, gli stessi occhi spaventati, la stessa inconsapevolezza..." L'idea di una Guerra sbagliata, ingiusta, che non ha avuto vincitori, in realtà, ma soltanto sconfitti.
SC: Quando feci la visita di leva, era il 1985, mi trovai mescolato a persone talmente diverse da me sotto ogni aspetto, culturale, sociale, economico. Eravamo tardo adolescenti, ossia individui in divenire, che venivano scaraventati in una caserma dall’aspetto ostile, a farci misurare testa e corpo da fanatici in uniforme. Certo, era anche un’opportunità di aggregazione, ma anche una forzatura, specie se compiuta secondo i meccanismi dell’Esercito.
Le convinzioni espresse in questo libro nascono da esperienze e riflessioni stratificate in molte fasi della mia vita. A tredici anni, vidi "Uomini contro" di Francesco Rosi, un film enorme per un bimbo di quell’età. Tale film mi impressionò tantissimo e fece nascere in me una serie di riflessioni sulla guerra, sul concetto di eroismo, patria, bandiera: in famiglia vigeva una cultura destrorsa, dovuta anche al fatto che mio nonno Vittorio era stato al fronte, aveva combattuto sul Piave, aveva fatto la Marcia su Roma. Crebbi in quel substrato superomista, machista, che faticavo a sentir mio, in quanto gracile e dubbioso di tutto. Visitai il sacrario di Redipuglia, lessi Remarque e Lussu (dal cui libro “Un anno sull’altopiano” è tratto Uomini contro) che evidenziavano le contraddizioni della guerra. All'università studiai Storia Contemporanea in modo più analitico, concentrandomi sugli aspetti economici delle crisi internazionali che portarono alle Guerre Mondiali. Elaborando tutte queste sollecitazioni, ho maturato la convinzione che la guerra sia "uno schifo". Ci sono guerre e guerre, é vero, ma resta lo strumento più abietto per risolvere le controversie. Chi ne è coinvolto, non ha mai la percezione esatta delle reali motivazioni per cui combatte. Pensi ad un campo di battaglia: da una parte e dall'altra ci sono individui che non si conoscono, che avrebbero potuto incontrarsi su una spiaggia, ad un bar, ad una festa, allo stadio, ad una cerimonia religiosa, alla fermata di un treno. Eppure devono, ripeto, devono spararsi e uccidersi. Per conquistare un ponte, una cima, una pianura, un fottuto porto. E permettere ad un gruppo di imprenditori dell'industria pesante di arricchirsi ulteriormente. Un concetto schifoso, non trova?
MRM: Ecco, il perché del titolo.
SC: “La pace inquieta”, nasce dall'inquietudine e dal dolore che permangono nei sopravvissuti, dopo che la guerra é finita e inizia un supposto periodo di pace. Vedove, mutilati, orfani, traumatizzati dal fronte. C'é un universo di sopravviventi per i quali la pace non corrisponde con la serenità. Un gioco in cui non ci sono vincitori.
MRM: Ho molto amato, nel romanzo, il concetto de "la fosforescenza" che lo stesso Ripamonti confida di poter trovare nonostante tutto il buio che, un po' per deformazione professionale, un po' a causa del vissuto personale, si ritrova a masticare quotidianamente. Mi piacerebbe sapere quanto questo concetto sia condiviso anche da Lei, Cozzi.
SC: Nonostante i ripetuti episodi occorsi nella storia dell’umanità inducano a credere che siamo destinati al male, mi piace nutrirmi dell'ottimismo della fosforescenza; nell’attualità il male assurge sempre agli onori della cronaca; ma esistono ancora individui, molti, che operano per il bene; operano oscuramente, ma ci sono e portano frutti. Penso a chi opera nelle missioni laiche o religiose, agli operatori di pace, ai dottori di medici senza frontiere, tanto per fare degli esempi.
MRM: Certo, ma penso anche che la fosforescenza si possa trovare in persone apparentemente comuni che non operano nel sociale, in persone che vivono la loro vita serenamente e che credono al 'buono', a prescindere. Persone capaci di infondere serenità, capaci di far sentire a casa l'altro, benché sconosciuto. Il Commissario Ripamonti ne parla con Carlo Guzzi, il famoso progettista e cofondatore della moto Guzzi:" (..) Da numerosi giorni, se si eccettua la notte con Diana, non trovava così piacevole la compagnia di un altro essere umano."
E' un caso, la scelta del noto progettista di motociclette, come persona piacevole con la quale aprirsi e trascorrere dei momenti piacevoli e semplici? La fosforescenza qui appare nitida: quando lei descrive il momento del pranzo tra i due: " (..) Seduto alla tavola con la tovaglia un po' sdrucita a scacchi bianchi e rossi mentre Teresa finiva di apparecchiare, Vittorio illustrò a Carlo le doti della cucina e della cantina di quel posto semplice, come semplici diventavano tutti coloro che si sedevano ai tavoli: inclusi loro due.", le scatta una foto alla bellezza del momento. Le cose semplici, le più difficili da trovare, ma che esistono, come la Sua fosforescenza?
SC: Vero. La normalità degli individui cela spesso la fosforescenza. Non servono necessariamente atti eroici, di guerra o di pace. Quest’epoca ci ha così abituati ad estremizzare ogni momento che abbiamo accettato di essere privati del piacere della normalità. Una sorta di narcisismo esistenziale, alimentato dai media soffoca il normale quotidiano. Che, invece, rappresenta il bello del vivere. Rapporti sereni, piccole e grandi abitudini, la semplicità delle cose.
MRM: Mi piacerebbe concludere questa chiacchierata con lei, soffermandomi sul ruolo delle donne presenti in questo suo primo romanzo. Nella storia, si susseguono donne diverse tra di loro, donne il cui aspetto fisico ed il cui carattere si sviluppano all'interno di un filo conduttore. Ogni donna presente tra le pagine de “La Pace Inquieta”, viene descritta con un’impronta forse riconducibile alla fisiognomica; Federica, Martina, Margherita, hanno tutte in comune il colore biondo dei capelli, gli occhi azzurri, le gambe bellissime, messe in risalto da calze nere con la riga. Il loro essere, in momenti e modi diversi all'interno del romanzo, ora fragili ora concrete al momento giusto, o, come nel caso di Margherita inconsapevole dell'uomo che ha avuto accanto: "(..) Margherita non mi ha mai conosciuto, né capito (..) continua a sostenere che il brutto di cui mi circondo mi inghiottirà definitivamente, aberrandomi". Solo una donna, una figura apparentemente secondaria all'interno della storia, pare poi in realtà riuscire a dare al Commissario la sensazione di essere "(..) su un campo sconfinato da esplorare con pazienza. Un campo, finalmente, non di battaglia, privo di pericoli e dolce.": Diana, capelli corti e scuri, "(..) gli occhi castani, profondi, allusivi, provocatori…"
E allora ecco che " le cose semplici", si ripropongono. Diana è la tenutaria di un bordello, una donna che riesce a capire il Nostro guardandolo negli occhi, senza fargli troppe domande, senza sapere nulla, effettivamente della sua vita. Diana condivide con lui una notte che servirà a Ripamonti per illuminare la strada verso lo sviluppo dell'inchiesta.
Cosa mi dice, a riguardo?
SC: Collocare i personaggi femminili all’interno di questa storia non è stato facile: credo di aver peccato un po’ di modernismo, soprattutto descrivendo Diana. Diana e Martina sono antitetiche e rappresentano la metafora di un’emancipazione. Entrambe sono ispirate a donne che ho realmente incrociato nella mia vita, delle quali ho sintetizzato e amplificato caratteri distintivi della loro personalità: la fragilità per Martina e la sfrontatezza per Diana. Diana, in particolare, è ispirata ad un’omonima amica che mi ha espressamente chiesto di figurare essere rappresentata come tenutaria di bordello! Nel romanzo, questa donna si distingue dalle altre per autonomia ed intraprendenza. L’essere una maitresse la libera dai vincoli delle convenzioni di apparenza e comportamento che, invece, costringono Martina, Margherita e Federica. Vede, c’é una dicotomia di fondo: la donna bionda, in quanto bionda, è corrispondente ai canoni espressi dall’immaginario maschile; la metafora di questi canoni sono il legaccio delle convenzioni alle quali esse si attengono nella storia; la mora è per definizione a-canonica e quindi può giocare un ruolo da battitore libero nella vicenda. Diana ride delle convenzioni, perfino di quelle che vorrebbero la maitresse una megera autoritaria, o di quelle che immaginano che una prostituta non possa andare a letto con uno sconosciuto frequentatore del suo bordello senza farsi pagare. Questa suo totale non asservimento alle convenzioni le permette di osservare la realtà da un punto di osservazione favorevole, che le permette di cogliere l’essenza di Ripamonti.

sabato 19 settembre 2015

Arvaniti Stella e "la storia di un piccolo sogno Karim" - Alberto Zuccalà





Kalimera. Mi chiamo Stella ,un nome latino ma sono Greca ed abito in Grecia. Sono nata alla Magnesia vicino alla montagna di Pelio dove secondo la mitologia ellenica c'erano i centauri, e da li' sono passati grandi eroi come Achile, Giasone ,Ercole ecc. Forse per quest oil mito chi sa se per caso occupa un ruolo importante sia al mio lavoro ,sono guida turistica diplomata per tutta la Grecia ,ma anche come scritti perche' le prime 2 opere mie pubblicate sono favole simboliche.
Ho studiato all' universita' Aristotele di Salonicco Lettere e Filosofia ,ho preso una borsa di studio per Bologna (6 mesi) e da quell momento non ho smesso di viaggiare. E' l'altra mia passione assieme agli scritti e viaggiando le esperienze le piu' importanti,gli episodi i piu' importanti quelli che m;ispirano diventino storie.
Leggevo molto e scrivevo da quando mi ricordo me stessa. Poemi,racconti, piccole opere teatrali, poesie ,favole. Scrivere era il mio rifuggio ,era un mondo che potevo realizzare quello che mi "divorava" la testa ,imagine o pensiero. Al ginasio ho partecipato ad un concorso panellenico sia alla poesia ma anche al racconto esono stata premiata in tutte e due. Credevo che sarebbe facile riuscire a pubblicare un libro. Quando si e' giovani si crede che il mondo e ' buono….invece..
Verso il 2008 ho comminciato a frequentare seminari sul racconto dei miti con o senza l'aiuto della musica.Era un periodo che avevo deciso o di frequentare uno psicologo o fare seminari sui miti…Ho preferito il secondo e non mi son pentita mai J.
Per riuscire a pubblicare qualche mia opera ho partecipato di nuovo ad un concorso panellenico con pseudonimo come gli altri. Il mio libro che e' uscito il primo si chiama "il cipresso inclinato".
La Grecia il 2012 era gia' in memorandum…in crisi..Quindi la situazione per niente facile (ho spiegato che prima era uguale…Solo alle attrici,ai cantanti,alle persone "famose" anche se scrivono una stupidaggine li finanziavano le opere…).Ho partecipato di nuovo il 2013 con "la storia di un piccolo sogno Karim" al concorso panellenico prendendo il 3o premio .E' divevtato libro perche' e' una autoedizione. Da poco e' uscito pure in e-book in Italiano.
"La storia di un piccolo sogno Karim "si riferisce in 2 mondi paralleli. Quello che viviamo tutti e quelo dei sogni. Karim e' un piccolo profugo messo su una barca con la mamma ,la zia ed altre persone ,cercando di salvarsene perche' al suo paese il suo papa' e' stato arrestato a causa della situazione politica ma venendo in Grecia sulla barca le persone che erano state pagate a portarli in Grecia rovesciano la barca…."..
Sembra coincidenza con tutte le scene che abbiamo seguito recentemente alla televisoine? No ,non e' coincidenza…Chi seguiva la situazione del medio oriente avrebbe capito che prima o poi questa tragedia stava arrivando…
Il mio libro e; un libro politico scritto in maniera di favola per piccolo e grandi…Ci si segue la psicologia di un bambino tramite le sue peripezie che lui "sogna" durante la notte. E' una lezione di solidarieta' di speranza e di amicizia…
Forse percio' non e' facile pubblicare I miei libri…La gente non vuole vedere ,mi riccorda questa cosa il mito di Edipo che quando aveva gli occhi non voleva vedere e quando perse la vita riusci' a vedere con gli occhi dell'anima…Per me pero' un artsta,uno scrittore un regista che rimane indifferente a tutto quello che succede intorno e' un ipocrita..Una persona che pensa solo a se' stesso. Evidentemente questa e' la mia opinione e ho imparato da piccola al paese che e' nata la Demokrazia di esprimerla …Non viviamo purtroppo in un'Europa democratica e la cosa peggiore e' l'obbedienza ad un nuovo potere che fa paura visto che ha gia' insaguinato 2 volte il pianeta…Parlano tutti e dicono che sono rimasti con la bocca aperta…Masono loro che vendono le armi a questi paesi e poi dicono alla Grecia e all'Italia di mantenere I profughi che loro creano diventandosi piu' ricci…Questa e' un' Europa ippocrita..Un'europa neonazzista con mancanza totale di egalita',fraternita' e liberta'…
Ci trasformano dei mostri? Bisogna reagire…Ogniuno da solo e tutti assieme…Senza speranza l'uomo non puo' vivere…
Fra un po’ uscira' il mio nuvo libro ,sempre autoedizione ( non mi piace supplicare le case editrici e seguire i loro ordini per farmi pubblicare i libri) che e' stato premiato sempre con pseudonimo e ha preso di nuovo il 3o premio nel concorso panellenico..Simbolico anche questo…